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(i link alle pagine web o alle immagini possono risultare datati e dunque errati)
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sabato 10 maggio 2008

Auto da fe' annunciato, a Torino 10 Maggio 2008, come il 10 Maggio 1933?

Letto d'un fiato il bellissimo libro di Tullia Zevi, Ti racconto la mia storia e di colpo mi viene di pensare:

quello che succederà domani, 10 Maggio 2008, a Torino, se succederà, sono attese da 3 a 6 mila persone, sè dicenti di sinistra ... ha un precedente unico no, ultimo di una serie, ma inciso nella memoria di chi sia nato nel XX secolo:

il rogo dei libri, da cui Elias Canetti ha tratto spunto per il suo Auto da fè

soprattutto nell'epilogo con il rogo dei libri, la narrazione assume un valore esemplare, di rappresentazione della catastrofe di un mondo, con l'avvento della Germania nazista e il disfacimento del razionalismo occidentale.

Il 10 maggio 1933 la Germania nazista ordinò il primo rogo pubblico dei libri giudicati suscettibili di inquinare la purezza del pensiero "ariano"


Alla fine di febbraio 1933, in seguito all'indebolimento della posizione di Ernst Röhm, importante leader omosessuale nazista, il partito nazionalsocialista lanciò una violenta purga contro i locali di ritrovo per gay, lesbiche e bisessuali), soppresse pubblicazioni omosessuali e vietò le organizzazioni gay. In conseguenza delle difficoltà a vivere liberamente, molti abbandonarono la Germania (ad esempio Erika Mann). Nel marzo 1933, Kurt Hiller, amministratore principale dell'Istituto venne deportato in un campo di concentramento.

Il 6 maggio 1933 mentre Hirschfeld era impegnato in una serie di conferenze negli Stati Uniti, la gioventù studentesca nazista del Deutsche Studentenschaft organizzò un attacco contro l'Istituto. Vennero saccheggiati 20.000 volumi, 5.000 immagini ed una lunga lista di nomi ed indirizzi di persone che erano, a diverso titolo, transitate dall'Istituto: il totale del materiale sequestrato assommava ad oltre mezza tonnellata.[1] La notte del 10 maggio, la biblioteca e gli archivi sequestrati vennero pubblicamente bruciati sulle strade della Opernplatz. Durante il rogo Joseph Goebbels tenne un violento discorso contro la cultura «degenerata» ad una folla di 40.000 uomini e i leader del Deutsche Studentenschaft proclamarono il loro Feuerspruche ("legge del fuoco contro lo spirito non germanico"). I libri di autori ebrei delle librerie vicine all'Istituto e dell'Università Humboldt vennero altresì distrutti.

it.wikipedia.org

Perchè è questo che domani qualcuno vorrà boicottare, una fiera di libri, molti scritti da Ebrei, che hanno avuto l'ardire di immaginare un luogo ove mai più qualcuno avrebbe osato anche solo pensare a pogrom e roghi... Israele.

Quello che succederà domani a Torino, se succederà, sarà una vergogna difficilmente lavabile dalla coscienza di tutti noi che sappiamo, udiamo, vediamo ...

venerdì 9 maggio 2008

Il Giorno dell'Indipendenza di Israele, Yom Ha'Azmaut

Ma qual è il giorno esatto del compleanno dello Stato d'Israele?

Wikipedia, il sotuttoio della Rete, recita, alla voce Israele

Il 14 maggio del 1948 venne dichiarata unilateralmente la nascita dello Stato di Israele, un giorno prima che l'ONU stessa, come previsto, ne sancisse la creazione.

Ma poi, apprendiamo qualcosa in più alla voce

Yom Ha'Azmaut

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Yom Ha'Azmaut (in ebraico : יום העצמאות, lett : Giorno dell'indipendenza) è la festa dell'indipendenza Israeliana. Cade il 5 di Yiar (mese del calendario ebraico), giorno della proclamazione dello Stato di Israele nell'anno ebraico 5708, corrispondente al 14 Maggio 1948.

Ma attenzione, si parla di Calendario Lunare

e allora ci soccorre sempre Wikipedia, ma in lingua inglese:

Timing

Yom Ha'atzmaut takes place on the 5th day of Iyar (ה' באייר) on the Hebrew calendar, the anniversary of the day in which Israel independence was proclaimed, when David ben Gurion publicly read the Proclamation of the establishment of the State of Israel. The corresponding Gregorian date was May 14, 1948. The festival is celebrated on the 5th of Iyar unless that falls on a Friday or Saturday. In order to avoid having the festival either on Shabbat, the Jewish sabbath, or immediately before it the commemoration and celebrations are advanced to the preceding Thursday which might be the 3rd or 4th of Iyar).

In 2004, the law was changed to include if the 5th of Iyar falls on Monday, the festival is postponed to Tuesday Iyar 6, so that Yom Hazikaron will not be immediately after the sabbath.

NB: (Due to the original implementation of the Hebrew calendar, Iyar 5 never falls on Sunday.)

Gregorian dates for Yom Ha'atzmaut:

Ecco perchè quest'anno, il sessantesimo, è stato celebrato ieri, 8 Maggio 2008.

Intanto, Barack Obama rassicura sull'Infrangibile Amicizia tra Israele e Stati Uniti d'America, in caso di sua elezione a Presidente:

Washington, 9 mag. (Adnkronos) - Barack Obama ha detto che l'amicizia tra Stati Uniti e Israele e' "infrangibile" e ha promesso che garantira' la sicurezza di Israele se verra' eletto presidente. Lo scrive il quotidiano israeliano Jerusalem Post, citando quanto affermato dal senatore afroamericano, candidato democratico in corsa per la Casa Bianca, in un breve discorso durante le celebrazioni per Yom Haatzmaut, la festa dell'indipendenza.

Mentre in Italia, vedi ad esempio Otto e Mezzo, su LA7, ancora la coscienza nazionale non è riuscita a fare i conti con 2000 anni di antigiudaismo cattolico e mezzo secolo di antisemitismo fascita, prima, e stalinista, poi

in Israele Shema' Israel Elokhai ... Ascolta Israele mio Signore ... (Shema Yisrael Adonai eloheinu Adonai Ehad ... Ascolta Israele mio Signore il Signore è Uno...) con questa canzone, quasi una preghiera, la bravissima Sarit Haddad ha dato inizio ai festeggiamenti di Yom Haazmaut, a Gerusalemme, immediatamente dopo il silenzio che concludeva la Giornata in memoria dei nostri 22.900 caduti in guerra e per terrorismo...

(http://www.nuvolarossa.org)

martedì 6 maggio 2008

L'abominevole atteggiamento dell'Europa nei confronti degli Ebrei prosegue nel Terzo Millennio. Tappa a Torino

La Fiera del Libro, che si tiene in questi giorni a Torino, è la cartina di tornasole del pessimo e abominevole rapporto che continua nel Terzo Millennio tra Europa ed Ebrei.

L'Europa è riuscita nel corso del '900, dalla Russia sovietica alla Gran Bretagna, dalla Svezia all'Italia (Spagna e Portogallo avevano già dato 500 anni prima) punto di snodo ma anche di convergenza da destra e da sinistra la Germania nazista, a liberarsi con un'unica soluzione finale ancorchè dilazionata nel tempo fuori dalla follia omicida del III Reich, degli Ebrei presenti sul proprio territorio, ridotti ora ad un'estremamente esigua minoranza.

Non paga, prima durante e dopo la fondazione dello Stato di Israele, il 14 Maggio 1948, non ha perso occasione per cercare di impedire, prima, e di ostacolare in tutti i modi poi, lo sviluppo, il radicamento, la crescita umana e materiale di quel popolo e di quello stato.

Il principale non detto e che pervicacemente continua a non dirsi da parte di antichi e nuovi antisemiti, è che lo Stato di Israele è stato fin dall'inizio incoraggiato e sostenuto unicamente dagli Stati Uniti d'America.

Non il popolo arabo che, ingannato dalla propaganda nazista, perdurante tuttora (vedasi ad esempio l'attuale Iran) avrebbe pur tratto un enorme vantaggio dalla presenza riconosciuta di un grande stato ebraico in quell'area.

Non Stalin, che pur avendo combattuto il nazismo e sacrificato milioni di vite umane a questo scopo, con Hitler aveva pur inizialmente concordato una convivenza pacifica in funzione del condiviso dominio sul mondo intero, a spese dei popoli minori, o delle inferiori razze.

E non l'Europa, appunto, che se non altro per riscattarsi dalla cattiva coscienza delle pur diffuse, anche in Gran Bretagna e in Francia, connivenze con il fascismo ed il nazismo, avrebbe potuto fare da levatrice del neonato stato ebraico.

E invece quella coscienza ha preferito lavarsela atteggiandosi ad amica dell'a suo dire espropriato popolo arabo di Palestina, in funzione anti ebraica, in stridente contraddizione con la pratica quotidiana attuale di rifiuto del diverso, non importa se islamico o buddista, quando presente sul proprio territorio, e ancora più nell'accusa rivolta agli Ebrei di Israele di comportamenti razzisti e nazisti, quando è proprio la stessa Europa che ha cacciato altrove gli Ebrei nel corso di tutta la sua più che bimillenaria storia, tranne poi non riconoscere loro neppure il diritto ad un qualsivoglia altrove.

Se dunque fin dal 1948 la rappresentazione che l'Europa ha dato dello Stato di Israele è quella di rappresentante degli interessi occidentali (opportunamente sorvolando sul dettaglio che occidentale è innanzitutto l'Europa) e americani, questa rappresentazione non è casuale, e continua ad essere messa in scena dalla massa crescente degli antisemiti di destra, di centro (perchè anche nella Chiesa Cattolica riemergono periodicamente rigurgiti di caccia ai deicidi) e di sinistra (non solo radicale o estrema) proprio per occultare l'assenza, la complice assenza dell'Europa nella storia recente del popolo ebraico in Israele, mimando al contempo una difesa dei diritti del popolo palestinese che è puramente di facciata, e in funzione principalmente antisemita, antiebraica, più che a favore di un reale progresso delle sorti anche, e contemporaneamente di quel popolo, e del popolo arabo nel suo insieme.

mercoledì 30 aprile 2008

Israele compie 60 ann.i E per il Tibet non si parla ancora di ritorno ...

Israele compie 60 anni e per il Tibet non si parla ancora di ritorno ...

Eppure chi come alcuni ospiti della trasmissione di Gad Lerner si preoccupa delle colpe vere o presunte degli Ebrei d'Israele, farebbe bene a chiedersi cosa succederà ai Tibetani, quanto più la comunità internazionale aspetta a riconoscere i loro diritti.

Oppure, è destino ineluttabile che quando - tra 100, 1000 anni - la diaspora tibetana finirà, i Cinesi che a quell'epoca avranno generato nelle terre tibetane figli, nipoti, bisnipoti... i Cinesi si ritroveranno nelle medesime condizioni degli Arabi nel 1948 ?

Ma, oggi, come assistessimo in diretta alla conquista romana della terra ebraica e alla distruzione del II Tempio, come vivessimo nel 70 dc. abbiamo ancora tempo e modo di prevedere cosa succederà ... In Tibet, ed in Cina...

e anche di rivedere alcune posizioni accecate sul Sionismo e sulla storia ebraica e di Israele. Appunto.

Ma cosa vogliono questi ebrei


pubblicato da Gad in l'Infedele

ebrei-infedele.jpgL’ebreo nuovo forgiato dal sionismo e la caricatura del vecchio giudeo che vuole dominare il mondo: riuniti sulla copertina dell’Infedele che stasera alle 21,10 su La7 riflette sul fastidio che tredici milioni di ebrei continuano a dare al mondo. Considerati un ostacolo sulla via della pace. Ancora subdoli e potenti grazie al ruolo esercitato nei mass media e nella finanza. Gente da temere e da bicottare. Così il sessantesimo anniversario della nascita dello Stato d’Israele si celebra nella controversia. E’ di oggi la notizia che per precauzione la questura di Torino vieterà manifestazioni con le bandiere israeliane nei giorni del Salone del Libro, oggetto di boicottaggio perchè haper ospite d’onore lo Stato ebraico.
Stasera avrò in studio un fondatore d’Israele, Vittorio Dan Segre, combattente della guerra d’indipendenza del 1948 e poi diplomatico. Con lui la pacifista israeliana Manuela Dviri, il cui figlio è morto sotto le armi dieci anni fa in Libano. Continua a leggere…

http://www.gadlerner.it

The Western Wall

A Jewish religious site dating from the Second Temple Period (516 BC - 70 A.D.), it is considered to be the last remaining wall of the Second Temple located on the Temple Mount. Historically Jews have come to this site to wail and mourn the destruction of the First and Second Temples, thus giving it the name ‘The Wailing Wall.’

Today one can find Jews from across the globe praying at the Western Wall, each group with its own distinctive customs and prayer liturgy. It is the scene of Bar and Bat Mitzvah ceremonies, national ceremonies, and swearing in ceremonies. In accordance with Orthodox custom there is a divider in the middle of the praying area separating male and female worshippers.

There is a custom among many to place a small note with prayers and requests into the cracks of the wall.

For more information:

http://en.wikipedia.org/wiki/Western_wall
http://www.jewishvirtuallibrary.org/

Live Western Wall webcam
http://neverbesilent.org/en/live-webcam

SL Israel: Up and Running



Second Life Israel was launched Sunday, enabling SL users from around the world to visit Israel’s beaches and historic sites. The virtual state, preceded by a whole Jewish neighborhood in Second Life, is a work in progress, meant to, “present Israel to a global audience beyond the traditional media,” according to co-founder Chaim Landau.

“This is a concept of Israel as a fun, entertaining, thriving and diverse community for Jews and non-Jews, and a home for Israelis on Second Life.”

The creation of Second Life Israel marks the beginning of a new chapter in digital Jewish society. Focusing on a range of areas, from the holy sites of Jerusalem as well as the modern life and tourist attractions known around the world it also brings Israel in line with other countries that have digital counterparts.


The Man behind the vision, Legacy Heritage Fellow Chaim Landau; the woman behind the builds, Beth Brown.

Join the new sim “Israel”
EXPERIENCE THE MAGIC

do you have a Western Wall snow globe?


http://slurl.com/secondlife/Israel/163/142/27



with thanks to Inventor Spot
photo: The Tel Aviv Promenade; source, Jerusalem Post


The Legacy Heritage Fund also made news today, along with Nefesh B’Nefesh, with the announcement of the new Physician Aliyah Campaign


ejewishphilanthropy.com/sl-israel-up-and-running/


SL Israel

domenica 20 maggio 2007

Ratzinger: 'Invito il Governo israeliano alla moderazione'


"Invito il Governo israeliano alla moderazione", dice Ratzinger (Repubblica.it), e «Gli scontri tra fazioni palestinesi nella Striscia di Gaza - ha sottolineato il pontefice - e i lanci di razzi contro gli abitanti delle vicine città israeliane, ai quali si è reagito con l'intervento armato, stanno provocando un sanguinoso deterioramento della situazione, che lascia sgomenti». (Corriere.it)

(La vignetta di Tony Zanca, qui a fianco è tratta da http://www.bispensiero.it - Per chi volesse approfondire l'argomento e le fonti ecco la lettera del Pontefice (allora Cardinal Ratzinger) De Delictis Gravioribus, datata 2001.)

E intanto succede che: Negli ultimi giorni i miliziani di Hamas e di altre fazioni palestinesi hanno sparato complessivamente contro la città di Sderot e gli insediamenti israeliani agricoli vicini oltre 130 razzi. E oggi il ministro della Difesa israeliano Amir Peretz ha proclamato lo "stato di eccezione" nelle zone di Israele confinanti con la striscia di Gaza. Questo significa che passa alle autorità militari la prerogativa di una serie di provvedimenti che di norma spettano alle autorità municipali: fra questi, la decisione di aprire o meno le scuole, mentre resta elevato il rischio di lanci di razzi palestinesi dalla striscia di Gaza, proseguito anche oggi. (Repubblica.it)

Il Vaticano ha una lunga esperienza in fatto di moderazione dei conflitti, come si vide in Jugoslavia, ed è preoccupante che torni a volersene occupare:

Al papa ricordiamo anche che gli unici conflitti che ivi sono scoppiati, nella ex Jugoslavia, avevano una radice evidentissima nel rafforzamento dell’identità cattolica, ortodossa e islamica di croati, serbi e bosniaci. Altrove, in Paesi cattolici come Ruanda e Burundi, soltanto qualche anno fa si è consumato un genocidio con centinaia di migliaia di vittime. (http://www.uaar.it/uaar/comunicati_stampa/20060602/)

Suggerimenti per una cronologia essenziale delle responsabilità del Vaticano

La beatificazione di Alojzije Stepinac, con una LETTERA APERTA AL PAPA

Sul potere temporale della Chiesa nella Croazia di Tudjman

Un po' di storia: cronologia essenziale

Nel 1991 scoppia la guerra. Il papa parla all'Angelus delle "legittime aspirazioni del popolo croato". Il riconoscimento ufficiale della Croazia indipendente da parte del Vaticano avviene il giorno di Natale dello stesso anno (un regalo natalizio?), insieme al riconoscimento tedesco ed austriaco e contro il parere del resto della comunità internazionale, almeno apparentemente: gli altri paesi si adegueranno dopo sole due settimane. (http://digilander.libero.it)

La Chiesa cattolica, il potente Vaticano, sono molto attivi nell'espansione dell'ecumenismo e, nello stesso tempo, di un forte anticomunismo... Soltanto chi è cieco per ignoranza non può ravvisare l'eccezionale ruolo attivo del Vaticano nei Balcani, particolarmente sul territorio dell'ex-Jugoslavia (sia verso l'ortodossia che verso l'Islam). Era da molto tempo, nella storia, che non si assisteva ad una così impetuosa, aperta e aggressiva ascesa delle principali religioni monoteiste anche su questi nostri spazi. (http://www.bulgaria-italia.com/fry/sfrj/sfrj_05.htm)

La chiesa cattolica sta proteggendo il ricercato per crimini di guerra nella ex-Yugoslavia, il generale croato Ante Gotovina. L’accusa viene direttamente dal procuratore capo del tribunale dell’Aya Carla Del Ponte. La Santa Sede smentisce.

Carla del Ponte, procuratrice generale del Tribunale Penale Internazionale (TPI) dell’Aia, ha accusato il Vaticano di proteggere Ante Gotovina, ex generale croato e uno dei massimi ricercati per crimini di guerra nell’ex Jugoslavia.
Il Vaticano si rifiuta di collaborare, ha dichiarato la Del Ponte al quotidiano britannico Daily Telegraph: "Secondo informazioni da me ottenute, Gotovina è nascosto in un convento francescano in Croazia e quindi il Vaticano lo sta proteggendo. Mi sono rivolta al Vaticano, ma si rifiuta totalmente di collaborare", ha detto la procuratrice dell’Aia, che dopo essersi rivolta persino a Papa Benedetto XVI ha deciso di rendere pubblica la questione.
Il generale Gotovina, 49 anni, è latitante dal 2001, quando il TPI lo incriminò per crimini di guerra con l’accusa di aver organizzato l’uccisione di 150 serbi e la deportazione di alcune migliaia di loro.

Aldo Sincovich, giornalista esperto di balcani e Vaticano, sul caso Gotovina protetto dalla Santa Sede. Un’intervista di Lorenzo Anania.
[ audio 01 ]
Da Rijeka Giacomo Scotti, giornalista, sulle reazioni Vaticano Croazia. Un’intervista di Lorenzo Anania.
[ audio 02 ] (http://www.globalproject.info/art-5748.html)

Il Papato di Roma - divenuto grande attraverso la guerra e l'inganno, attraverso la guerra e l'inganno conservatosi tale - ha sostenuto nel XX secolo il sorgere di tutti gli Stati fascisti con determinazione, ma più degli altri ha favorito proprio il peggior regime criminale: quello di Ante Pavelic in Jugoslavia.
Questo ex-avvocato zagrebino, che negli anni '30 addestrò le sue bande soprattutto in Italia, fece uccidere nel 1934 a Marsiglia il re Alessandro di Jugoslavia in un attentato che costò la vita anche al ministro degli Esteri francese. Due anni più tardi celebrò con un libello le glorie di Hitler, "il più grande ed il migliore dei figli della Germania", e ritornò in Jugoslavia nel 1941, rifornito da Mussolini con armi e denari, al seguito dell'occupante tedesco. Da despota assoluto Pavelic si pose nella cosiddetta Croazia Indipendente a capo di tre milioni di Croati cattolici, due milioni di Serbi ortodossi, mezzo milione di Musulmani bosniaci nonchè numerosi gruppi etnici minori. Nel mese di maggio cedette quasi la metà del suo paese con annessi e connessi ai suoi vicini, soprattutto all'Italia, dove con particolare calore fu accolto e benedetto da Pio XII in udienza privata (benchè già condannato a morte in contumacia per il doppio omicidio di Marsiglia sia dalla Francia che dalla Jugoslavia). Il grande complice dei fascisti si accommiatò da lui e dalla sua suite in modo amichevole e con i migliori auguri, letteralmente, di "buon lavoro".
Così ebbe inizio una crociata cattolica che non ha nulla da invidiare ai peggiori massacri del Medioevo, ma piuttosto li supera. Duecentonovantanove chiese serbo-ortodosse della "Croazia Indipendente" furono saccheggiate, annientate, molte trasformate persino in magazzini, gabinetti pubblici, stalle.
Duecentoquarantamila Serbi ortodossi furono costretti a convertirsi al cattolicesimo e circa settecentocinquantamila furono assassinati. Furono fucilati a mucchi, colpiti con la scure, gettati nei fiumi, nelle foibe, nel mare. Venivano massacrati nelle cosiddette "Case del Signore", ad esempio duemila persone solo nella chiesa di Glina. Da vivi venivano loro strappati gli occhi, oppure si tagliavano le orecchie ed il naso, da vivi li si seppelliva, erano sgozzati, decapitati o crocifissi. Gli Italiani fotografarono un sicario di Pavelic che portava al collo due collane fatte con lingue ed occhi di esseri umani.
Anche cinque vescovi ed almeno 300 preti dei Serbi furono macellati, taluni in maniera ripugnante, come il pope Branko Dobrosavljevic, al quale furono strappati la barba ed i capelli, sollevata la pelle, estratti gli occhi, mentre il suo figlioletto era fatto letteralmente a pezzi dinanzi a lui. L'ottantenne Metropolita di Sarajevo, Petar Simonic, fu sgozzato. Ciononostante l'arcivescovo cattolico della città di Oden scrisse parole in lode di Pavelic, "il duce adorato", e nel suo foglio diocesano inneggiò ai metodi rivoluzionari, "al servizio della Verità, della Giustizia e dell'Onore".
Le macellerie cattoliche nella "Grande Croazia" furono così terribili che scioccarono persino gli stessi fascisti italiani; anche alti comandi tedeschi protestarono, diplomatici, generali, persino il servizio di sicurezza delle SS ed il ministro degli Esteri nazista Von Ribbentrop. A più riprese, di fronte alle "macellazioni" di Serbi, truppe tedesche intervennero contro i loro stessi alleati croati.
E questo regime - che ebbe per simboli e strumenti di guerra "la Bibbia e la bomba" - fu un regime assolutamente cattolico, strettamente legato alla Chiesa Cattolica Romana, dal primo momento e sino alla fine. Il suo dittatore Ante Pavelic, che era tanto spesso in viaggio tra il quartier generale del Führer e la Berghof hitleriana quanto in Vaticano, fu definito dal primate croato Stepinac "un croato devoto", e dal papa Pio XII (nel 1943!) "un cattolico praticante". In centinaia di foto egli appare fra vescovi, preti, suore, frati. Fu un religioso ad educare i suoi figli. Aveva un suo confessore e nel suo palazzo c'era una cappella privata. Tanti religiosi appartenevano al suo partito, quello degli ustasa, che usava termini come dio, religione, papa, chiesa, continuamente. Vescovi e preti sedevano nel Sabor, il parlamento ustasa. Religiosi fungevano da ufficiali della guardia del corpo di Pavelic. I cappellani ustasa giuravano ubbidienza dinanzi a due candele, un crocifisso, un pugnale ed una pistola. I Gesuiti, ma più ancora i Francescani, comandavano bande armate ed organizzavano massacri: "Abbasso i Serbi!". Essi dichiaravano giunta "l'ora del revolver e del fucile"; affermavano "non essere più peccato uccidere un bambino di sette anni, se questo infrange la legge degli ustasa". "Ammazzare tutti i Serbi nel tempo più breve possibile": questo fu indicato più volte come "il nostro programma" dal francescano Simic, un vicario militare degli ustasa. Francescani erano anche i boia dei campi di concentramento. Essi sparavano, nella "Croazia Indipendente", in quello "Stato cristiano e cattolico", la "Croazia di Dio e di Maria", "Regno di Cristo", come vagheggiava la stampa cattolica del paese, che encomiava anche Adolf Hitler definendolo "crociato di Dio". Il campo di concentramento di Jasenovac ebbe per un periodo il francescano Filipovic-Majstorovic per comandante, che fece ivi liquidare 40.000 esseri umani in quattro mesi. Il seminarista francescano Brzien ha decapitato qui, nella notte del 29 agosto 1942, 1360 persone con una mannaia.
Non per caso il primate del paradiso dei gangsters cattolici, arcivescovo Stepinac, ringraziò il clero croato "ed in primo luogo i Francescani" quando nel maggio 1943, in Vaticano, sottolineò le conquiste degli ustasa. E naturalmente il primate, entusiasta degli ustasa, vicario militare degli ustasa, membro del parlamento degli ustasa, era bene informato di tutto quanto accadeva in questo criminale eldorado di preti, come d'altronde Sua Santità lo stesso Pio XII, che in quel tempo concedeva una udienza dopo l'altra ai Croati, a ministri ustasa, a diplomatici ustasa, e che alla fine del 1942 si rivolse alla Gioventù Ustasa (sulle cui uniformi campeggiava la grande "U" con la bomba che esplode all'interno) con un: "Viva i Croati!". I Serbi morirono allora, circa 750.000, per ripeterlo, spesso in seguito a torture atroci, in misura del 10-15% della popolazione della Grande Croazia - tutto ciò esaurientemente documentato e descritto nel mio libro La politica dei papi nel XX secolo [Die Politik der Pëpste im XX Jahrhundert, Rohwohl 1993 - non ancora tradotto in italiano]. E se non si sa nulla su questo bagno di sangue da incubo non si può comprendere ciò che laggiù avviene oggi, avvenimenti per i quali lo stesso ministro degli Esteri dei nostri alleati Stati Uniti attribuisce una responsabilità specifica ai tedeschi, ovvero al governo Kohl-Genscher. Più coinvolto ancora è solo il Vaticano, che già a suo tempo attraverso papa Pio XII non solo c'entrava, ma era così impigliato nel peggiore degli orrori dell'era fascista che, come già scrissi trent'anni fa, "non ci sarebbe da stupirsi, conoscendo la tattica della Chiesa romana, se lo facesse santo".
Comunque sia: il Vaticano ha contribuito in maniera determinante alla instaurazione di interi regimi fascisti degli anni venti, trenta e quaranta. Con i suoi vescovi ha sostenuto tutti gli Stati fascisti sistematicamente sin dal loro inizio. E' stato il decisivo sostenitore di Mussolini, Hitler, Franco, Pavelic; in tal modo la Chiesa romano-cattolica si è resa anche corresponsabile della morte di circa sessanta milioni di persone, e nondimeno della morte di milioni di cattolici. Non è un qualche secolo del Medioevo, bensì è il ventesimo, per lo meno dal punto di vista quantitativo, il più efferato nella storia della chiesa. (http://www.ecn.org/est/balcani/jugo/jugo03.htm)

giovedì 10 maggio 2007

La famiglia ebraica, e l'equivicinanza tra chi difende e chi vuole distruggere Israele

dalla Voce Repubblicana di domani

Il valore più grande

Siamo perfettamente d’accordo con Gad Lerner nel ritenere che la lettura biblica “invita alla cautela in materia familiare”, ma senza bisogno della Sacra Bibbia, saremmo stati cauti nel giudicare di un eventuale riposizionamento della comunità ebraica italiana, al punto di scrivere, come un dato di fatto, un editoriale dal titolo “perché gli ebrei virano a destra”. Sarebbe come chiedergli perché mai lui, Lerner è andato a sinistra? Anche perché se il rabbino di Roma di Segni esprime la sua contrarietà ai matrimoni omosessuali, esprime una posizione religiosa rispettabile, che non dovrebbe pregiudicare necessariamente una scelta politica. Chiedersi all’interno della comunità se essere favorevoli o meno ai Dico, come fa il mensile Shalom, ad esempio a noi pare una posizione interlocutoria, rispetto a chi nella maggioranza e nel governo è tanto contrario ai Dico, che non sono certo i matrimoni fra omosessuali, al punto di partecipare al Family Day promosso su iniziativa vaticana.
Forse che Rutelli, Mastella, il ministro Fioroni, hanno virato a destra? Secondo i parametri di Lerner, si, eppure il governo sta ancora in piedi, anzi Rutelli e Fioroni vogliono un partito unitario con la Finocchiaro e Fassino che ai Dico sono favorevoli. Per cui non sarà la posizione di Di Segni, o i dubbi di Shalom a compromettere il tradizionale rispetto per la laicità dello Stato da parte degli ebrei italiani, ed ogni sospetto in questo senso ci pare sgradevole e fuori luogo. E probabile invece che ci sia un altro problema, non relativo alle coppie di fatto che turba la comunità ebraica, anche se non al punto di farle superare, come pure sostiene con una certa disinvoltura Lerner, la storica pregiudiziale antifascista. E cioè la difficoltà di sostenere o di andare a sinistra e la ragione di questo è chiara dalla reazione alla visita di Bertinotti in Israele, dove la comunità ebraica ha contestato la linea di “equivicinanza” della politica estera italiana. Come può infatti il governo italiano sentirsi equamente vicino ad Israele e a coloro che ne vogliono la distruzione?, ecco il punto di domanda. E’ chiaro che se la sinistra assume una posizione dal sapore altamente equivoco, rispetto ad un governo Berlusconi schierato a fianco dello Stato ebraico senza esitazioni e dubbi, un’evoluzione politica si impone, indipendentemente dai Dico. E se nell’azione comune del nuovo governo ci sono atti o dichiarazioni che mettono in dubbio i legami saldi che sono sempre esistiti fra l’Italia ed Israele, è inevitabile che il portavoce della comunità ebraica si senta in dovere di intervenire “in sostegno di quel tal sottosegretario, o in attacco di quel tal ministro”. Certo, le Comunità ebraiche “non hanno il compito di selezionare i nemici, ma di testimoniare valori”, spiega Lerner. La difesa dello Stato ebraico a noi sembra ancora il valore più grande.



http://www.politicaonline.net/

Grillini incassa l´astensione sul Family Day: «Le tre religioni monoteiste non marceranno unite contro i Pacs come accadde in Francia. È comunque un passo avanti. Sono molto soddisfatto». Dalla comunità anche l´annuncio che ebrei non aderiranno nemmeno alla contro-manifestazione promossa dai Radicali. Dunque, una posizione mediana: per il 12 maggio, la più antica comunità ebraica al mondo dalla diaspora sceglie di non schierarsi né con i sostenitori della famiglia a piazza San Giovanni, né con il "Coraggio laico", nome della manifestazione di chi celebrerà i 33 anni dalla vittoria nel referendum sul divorzio a piazza Navona.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=73682

martedì 8 maggio 2007

A Parigi l’amico di Israele, di Fiamma Nirenstein

8 Maggio 2007

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A Parigi l’amico di Israele

Israele è contenta dell’elezione di Sarkozy: il governo esprime la sua soddisfazione e Benjamin Netanyahu, capo dell’opposizione, scrive un’autentica elegia in lode del suo amico Nicolas. Si capisce, i toni restano quelli delle congratulazioni e degli auguri, ma la speranza è che un ruolo nuovo della Francia, il ponte con la Germania che si configura, la diversa predisposizione all’atlantismo, cambino davvero le carte sulla tavola mediorientale. Sarkozy ha detto chiaramente durante la guerra del Libano che gli hezbollah ne erano la causa; ha ripetuto che Israele ha diritto all’autodifesa; ha lodato lo sgombero di Gaza come premessa per una soluzione che prevedesse due Stati per due popoli e ha biasimato l’incapacità e la mancanza di volontà dei palestinesi di prevenire il terrorismo. La Francia di Chirac invece è stata l’epitome dell’ostilità anti israeliana, le sue opinioni sono giunte fino alla diffamazione e al paradosso.
Chirac ha avuto verso la questione mediorientale un atteggiamento unilaterale, di antipatia viscerale per lo Stato ebraico: forse, ciò è in parte dovuto all’antiamericanismo di origine gaullista, un’interpretazione misera del diritto di primogenitura occidentale della Repubblica francese; in parte a un polveroso, insidioso quanto radicato antisemitismo piccolo borghese, in parte vichysta; in parte facile dono alle rumorose minoranze musulmane o omaggio alla cattiva coscienza colonialista; o ancora leziosa ambizione di essere una versione moderna della spada dell’islam nutrita però di interessi molto terragnoli, denaro, imbrogli, «oil for food». E la sinistra a sua volta si è abbandonata in questi anni a intemperanze eccessive contro Israele, da quando nel 1967 - durante la Guerra dei Sei Giorni - la Francia, che era molto più degli Stati Uniti l’ispirazione, l’amore occidentale di Israele, impose l’embargo sul piccolo Paese che combatteva per la vita; da quando De Gaulle puntò sul mondo arabo per creare un’alternativa egemonica agli Stati Uniti, da quando sulla sua scia Chirac si era fatto paladino prima di Saddam Hussein, poi di Arafat che, davvero, rappresentava la sua fonte ottimale per capire i problemi del Medio Oriente, la Francia era diventata per Israele la bandiera di un atteggiamento malato.
Sia Sarkozy che Ségolène Royal si sono accorti del paradosso dello scegliersi un nemico «sionista» nell’era della jihad, avevano identificato che nella politica di Chirac l’elemento nevrosi conduceva al rischio politico eccessivo, anche sul fronte interno, dato che gli immigrati hanno già dimostrato il loro potenziale di essere una bomba ideologica vagante: nessuno può dimenticare la scena di Chirac a spasso per la Città Vecchia che prende a spintoni un agente della sicurezza israeliano dislocato vicino a lui per difenderlo; né si può non percepire la bizzarria delle parole che Chirac pronunciò nel gennaio: dopo tutto non sarà un grande danno - disse - se l’Iran avrà una o due bombe atomiche; o quando pianificò di mandare degli inviati in Iran per chiedere che gli hezbollah, che peraltro non ha mai voluto riconoscere come organizzazione terrorista, risparmiassero i francesi presenti nella missione dell’Unifil e per annunciare che la Francia non avrebbe fatto pressione sull’Iran contro il nucleare.
Sull’Iran, che oggi è certo il più importante argomento per Israele, Sarkozy ha un atteggiamento inequivoco, come è evidente la sua decisione di creare, pure da una posizione alta, di parità, un rapporto molto più amichevole con gli Usa. La visione arafattiana di Israele come nemico dell’umanità non appartiene affatto alla sua cultura e questo ne fa quanto meno un honest broker per il Medio Oriente, ciò che invece certo Chirac non era. Sarkozy più di Ségolène dà fiducia per una storia che potrebbe essere israeliana fatta di umili origini, di un nonno ebreo, di una carissima mamma, di una faccia dolce e anche proletaria da ungherese povero. Fece grande effetto la sua dichiarazione del marzo scorso, quando disse che era arrivato il momento «di dire alcune verità ai nostri amici arabi, ovvero che il diritto di Israele di vivere nella sicurezza non è negoziabile, e che il terrorismo è il loro vero nemico». In quell’occasione dichiarò anche la sua decisione di difendere «l’integrità del Libano, incluso il disarmo degli hezbollah».
Ma l’entusiasmo non deve essere imprudente: si farà presto viva la tradizione del Quai d’Orsay che da quando nel 1893 convinsero un aspirante diplomatico ebreo a ritirare la sua candidatura, fino alla famosa esclamazione dell’ambasciatore francese a Londra «Questo piccolo paese di merda ci porterà tutti alla guerra», è sempre stata poco simpatetica verso gli ebrei, anche se per legge, dal 1920, tutti possono accedere al suo servizio. Di fatto il grande palazzo che siede sulla riva sinistra della Senna ha una tradizione filoaraba romantica, letteraria, pratica, che ha costruito svolte storiche da cui sarà difficile affrancarsi, dalla vendita dei Mirage alla Libia alla costruzione delle strutture nucleari di Ozirak per Saddam, al voto alle Nazioni Unite in cui Israele veniva accusato di commettere crimini di guerra nei territori occupati, al rifiuto di far atterrare gli aerei americani durante la guerra del Kippur, al grande ricevimento per Arafat all’Eliseo in pieno terrorismo... De Gaulle nelle sue memorie scriveva che la Francia era «una potenza musulmana» e che «nessuna situazione può godere di stabilità strategica, politica o economica a meno del supporto arabo». Sarà dura per Sarkozy, anche se davvero lo vorrà, cambiare la tradizione.

Fiamma Nirenstein